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CHIARA

Chiara, un angelo nell'inferno del Congo
Lotta contro epidemie, virus, miseria. È un chirurgo di guerra e ha perso il braccio destro in un incidente. La chiamano «il passero con un'ala sola». con lei, ha visto che cosa significa spiccare il volo nel cuore dell'Africa.
Medico, unico medico per 100 mila abitanti in una zona di 5 mila chilometri quadrati, da una decina d'anni Chiara è a capo di uno sperduto ospedaletto nella savana del Congo, dove mancano acqua e luce elettrica. Un medico speciale, che fa i cesarei con la mano sinistra, aiutata da infermieri locali. Perché al posto del braccio destro ha una protesi, da quando - era il 6 dicembre 1992 - la jeep su cui viaggiava si è capovolta e il braccio è finito stritolato dal peso del veicolo: inevitabile l'amputazione. Da medico a paziente ("dall'altra parte del bisturi", come dice lei) in un batter di ciglio.
Ma Chiara resta una donna felice. La disperazione non sa dove stia di casa. "Nzambi, il mio Dio in kikongo, ha pensato bene di salvarmi perché continuassi a sognare insieme con lui e con chi ha una sola speranza, quella di essere amato dal Padre degli ultimi e degli oppressi".
Non tace la sua fede, Chiara. Ma non è una che ami sbandierare la sua ostinata fiducia in Dio ("Non è un abbandonarmi passivo il mio - dice - ma un affidarmi"). Indossa un tau francescano di legno, e tuttavia ripete: "La croce non è di chi la porta al collo, ma di quelli che ci crepano sopra".
A ogni tornante del suo singolarissimo itinerario, la vita l'ha segnata nel fisico e in volto. È una "fedeltà a caro prezzo" quella che Dio lungo gli anni le ha chiesto: Chiara ha visto via via i suoi compagni di strada finire sotto i colpi dei contras in Centramerica oppure uccisi dai mercenari congolesi, come il dottor Richard. Al suo arresto Chiara prova a opporsi "con l'unica arma da sempre disponibile a noi donne: le lacrime" (poi gli farà avere una Bibbia nel luogo della sua reclusione). È davvero arduo - qualcosa di molto simile a un martirio grigio, del quotidiano - restare fedeli a un Dio così. Tant'è che nel marzo 1985 Chiara dal Nicaragua scrive: "Io non credo in Dio. Spero solo che esista, che non mi abbia preso in giro anche lui!".
Eppure tutto questo non ha spento il suo sorriso. Scommettendo su Nzambi e un manipolo di fedelissimi amici e compagni di battaglia, Chiara ricomincia puntualmente la sua esistenza, esattamente laddove sembrava essersi tramutata in tomba dei sogni.
Perché se c'è una cosa cui Chiara non sa rinunciare è la sete di futuro, la voglia di costruirne uno migliore in nome del Vangelo.
"Potete toglierci tutto, privarci di qualsiasi diritto - dice, e sembra che lo dica a nome di un popolo, con la sua voce che alterna sussurri e frasi sferzanti - ma non potete toglierci il diritto di sognare. E in Africa ho visto con i miei occhi che i sogni, anche quelli più arditi, si realizzano".
Nel suo piccolo, un sogno - a lungo accarezzato da lei e da coloro, tantissimi, che possono contare su quell'ospedaletto abbandonato dai belgi nel profondo della foresta - Chiara lo sta realizzando: accendere una lampadina a Kimbau.

 
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