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ILENIA
L'idea di partire per una missione di volontariato mi era passata per la mente tante volte, ma non avevo mai trovato la spinta giusta per farlo… Sono cresciuta in una famiglia che mi ha insegnato il valore del rispetto per l'altro, della fede, dell'amore, della generosità e dell'aiuto ai bisognosi. Dopo un periodo di rivoluzione e riflessione della mia vita, mi sono resa conto che vivevo in una società che basava i giudizi della gente sull'apparenza, su costruzioni di immagini, povere di valori morali, per le quali l'importante era avere un bel vestito firmato e non riusciva a vedere oltre… Così è nato in me il desiderio di cercare in altre culture valori che vedevo persi nella mia società, la sensazione di inutilità che provavo mi ha spinto a voler fare qualcosa di più per chi è meno fortunato di me dal punto di vista materiale, ma che poteva darmi tanto dal punto di vista morale e affettivo. Inoltre, sentivo in me il bisogno di un periodo di meditazione e isolamento, per far chiarezza nella mia vita e capire i desideri che avrebbero dovuto designare il mio cammino… Finalmente il momento giusto era arrivato, così ho deciso di partire unendomi ad un gruppo di missionari salesiani di Macerata, con il ruolo di animatori negli oratori di Makuyu e dei villaggi vicini… La preparazione a questa esperienza non è stata molto facile, si alternavano in me momenti di grande gioia e entusiasmo, ad altri di tensione, scoraggiamento e paura di non essere all'altezza, che hanno messo in discussione la scelta di partire. Per fortuna, hanno prevalso la sensazioni positive, e man mano che il giorno della partenza si avvicinava, il desiderio e l'euforia di vivere questa nuova esperienza aumentavano, mentre tutte le paure svanivano, grazie anche ai ragazzi del gruppo…
Al nostro arrivo alla missione di Makuyu ci siamo ritrovati accerchiati da tantissimi bambini che attendevano con ansia il nostro arrivo, i loro sguardi pieni di gioia e i loro sorrisi risaltavano su quegli abiti sporchi e trasandati e sui loro piedini scalzi… una bambina mi ha corso incontro, mi è saltata in braccio e con un enorme sorriso mi ha stretto tra le sue braccia… in quel momento mi sono chiesta cosa avevo mai fatto per meritarmi tutto quel calore…da quel momento le nostre vite si erano unite e avremmo camminato insieme, ci saremmo scambiati emozioni, gioie, sorrisi e lacrime che avrebbero riempito i nostri cuori. Mi avevano descritto le condizioni di vita della gente del posto, ma viverla personalmente fa sicuramente un altro effetto… L'oratorio, era per quei bambini il luogo dove potevano trascorrere serene giornate di preghiera, giochi e attività didattiche, evitando di finire in mezzo alla strada, e assicurandosi un pasto al giorno fornito dalla missione…solo i più fortunati, tornando a casa la sera, potevano trovare qualcosa da mangiare anche per la cena… altri, che vivono nell'orfanotrofio avevano la cena assicurata, ma non una vera famiglia. Il momento del pranzo era atteso con ansia da tutti i bambini che venivano invitati a prendere ciascuno la propria ciotola e a mettersi in fila davanti all'animatore o alla suora che avrebbe distribuito a ciascuno di loro, una tazza di Kedery (mais e fagioli), cucinato dalle donne volontarie del villaggio e raccolto in secchi di plastica. L'evidente povertà e pericolo di malattie mi facevano sentire inutile, inadeguata e impotente, mi chiedevo cosa avrei potuto dare a quelle persone che mi ammiravano come se fossi un dio solamente perché vedevano in me la ricchezza del mio paese… ma i sorrisi, gli sguardi e la luce che vedevo ogni giorno negli occhi di quegli angeli mi davano la forza per non mollare, continuare a dare il meglio di me e a sorridere… perché in realtà a loro bastava questo per essere felici.
Un giorno, mentre passeggiavo insieme ad altri missionari e ad alcuni bambini nel paese di Makuyu, Kevin, un ragazzino di dieci anni, tenendomi per mano, mi dice timidamente di voler venire in Italia al mio ritorno, la volontà di portalo con me era forte, ma purtroppo sapevo che era impossibile… sono stata assalita da un grande dolore e dalla sensazione di impotenza… dopo avergli spiegato che il suo desiderio non poteva realizzarsi e che comunque la sua vita doveva essere in Kenya accanto alla sua famiglia. Kevin si è allontanato da me piangendo, l'ho raggiunto chiedendogli di perdonarmi per aver infranto il suo sogno, lui ha preso la mano che dolcemente gli avevo teso e stringendola forte abbiamo ripreso a camminare…non servivano più parole, con quel gesto mi chiedeva di non lasciarlo più… i miei occhi ormai erano coperti da un velo di tristezza e le lacrime hanno iniziato a scendere con il senso di colpa che mi assaliva… Quando si era accorto che stavo piangendo, quasi per rassicurami, ha stretto ancora più forte la mia mano, una mano così grande, eppure così impotente…al momento di salutarci, Kevin non voleva lasciarmi andare, mi abbracciava, appoggiava dolcemente il suo viso nel mio petto continuando a piangere… Da quel momento il dolore non mi ha più abbandonato…
Della triste realtà del Kenya fanno parte anche le baraccopoli come quella di Kibera, la seconda in Africa per grandezza, con circa 1.500.000 abitanti in pochi chilometri e quella di Korogocho (che significa confusione) dove circa 100.000 abitanti vivono ammassati in poco più di 1 Kmq, in baracche di 3x4 metri, proprietà del governo a cui devono pagare l'affitto mensile e dalle quali possono essere sfrattati in qualunque momento senza preavviso, dove le fogne sono a cielo aperto, dove c'è un bagno ogni 30-40 famiglie e dove prolifera l'Aids.Qui tanti bambini non riescono ad accedere alla scuola elementare e spesso finiscono in strada a sniffare colla per rendere più sopportabile lo stimolo della fame… Lo spettacolo che ci si presenta ai nostri occhi è fatto di un mondo acromatico, nero, cupo, dove anche il cielo sembra grigio nonostante fosse sereno, lamiere arrugginite ammassate l'une sulle altre costruiscono baracche attaccate tra loro, separate di tanto in tanto dal passaggio di una fogna attorno alla quale i bambini giocano sereni con qualsiasi cosa gli capita tra le mani… A tutto questo fa da sfondo un'immensa discarica di rifiuti della ricca città di Nairobi, questa è una fonte di vita per molti abitanti della baraccopoli: qui adulti e bambini vengono a cercare il loro cibo e oggetti da poter riciclare e vendere per ricavare il minimo indispensabili per sopravvivere.Alzando gli occhi al cielo si potevano vedere rifiuti sollevati dal vento…
Il giorno di Ferragosto lo abbiamo dedicato ai bambini malati di AIDS accolti nel centro di accoglienza del Cottolengo gestito da suore. Un bambino sieropositivo accolto prima dei 6 mesi di vita e trattato con adeguata alimentazione e cure igieniche, nell'arco di 18-20 mesi si negativizza e può tornare a svolgere una vita normale con la sua famiglia… Negli ultimi 3 anni, dal Cottolengo sono stati dimessi 70 bambini negativizzati. Abbiamo festeggiato con loro questo giorno cristiano con chitarre e canti, e come sempre, non potevano mancare le scenette di clowneria a cui hanno partecipato attivamente anche alcuni piccoli…
Purtroppo però il dolore non si trova solamente nelle persone malate, emerge sofferenza e tristezza anche in quei uomini a cui hanno negato la libertà… così abbiamo voluto condividere una domenica con i reclusi nella prigione di Makuyu, condannati perché non avevano la possibilità di pagare una multa, per essere stati trovati in strada in tarda sera dalla polizia corrotta dal governo ed essere accusati ingiustamente di essere ubriachi, per aver rubato un frutto alla grande multinazionale Del Monte… Abbiamo partecipato insieme a loro alla messa celebrata in Swaili, si poteva leggere nei loro occhi il dolore e il desiderio di libertà, al momento dello scambio della pace ho avuto la gioia di strappare e allo stesso tempo regalato un sorriso… Dopo la messa abbiamo condiviso con tutti loro, il pasto preparato con tanto amore dalle suore della nostra missione, poi abbiamo giocato a pallavolo, cantato e suonato con chitarre e strumenti musicali tipici africani, e infine gli abbiamo regalato altri sorrisi con le nostre scenette di clowneria. Al termine dell'oratorio, ogni classe di bambini ha voluto ringraziare il rispettivo animatore con un piccolo spettacolo e tanti doni… Mi hanno portato in uno dei campi della missione, mi hanno fatto sedere in un tronco d'albero, mentre si schieravano in due file e iniziavano a ballare e cantare canzoni di ringraziamento in Swaili e in inglese alla fine mi hanno regalato un vaso di fiori, una lettera di ringraziamento e uno scatolone di frutta, verdura e canne da zucchero…incredibile...nonostante la loro povertà hanno voluto riempirmi di regali... l'emozione riempiva i miei occhi di lacrime, pensavo che non c'era davvero bisogno di tutto questo, i loro sorrisi avevano già riempito il mio cuore… Il giorno dopo abbiamo premiato i bambini in base alla presenza e alla partecipazione alle attività quotidiane, con vestiti, scarpe, sapone, grasso per cucinare, penne e caramelle. E' stato emozionante vedere quei piccoli angeli entrare nella stanza dove avevamo sistemato tutti quei premi, i loro sguardi sembravano persi davanti a tutte quelle cose preziose…senza sapere cosa scegliere…e pensare che io, tutte le mattine, non so cosa mettermi perché ho troppi vestiti nell'armadio e devo anche decidere come abbinarli…
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